LUMEN DE LUMINE
Scritto in occasione della Canonizzazione di
Maria De Mattias
fondatrice della Congregazione delle
Adoratrici del Sangue di Cristo
Da un’idea di Sebastiano Giotta
Su testi di
Maria De Mattias e Caterina da Siena

“Volgeranno lo sguardo
a Colui che hanno trafitto…”
(Gv 19,37)
IL CONCERTO
In
occasione della
Canonizzazione di Maria De Mattias,
fondatrice della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di
Cristo, svoltasi a Roma, in Piazza S. Pietro, il 18 Maggio 2003,
l’Associazione Schola Cantorum “Nicola Vitale” , dietro invito
dei responsabili provinciali della Congregazione, ha realizzato,
per il periodo maggio-giugno 2003,
“Lumen de
Lumine” –
“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto”,
concerto per soli, coro, voci recitanti ed orchestra, in
collaborazione con:
Regione Puglia, Provincia di Bari, Comune di Bari, Provincia di
Foggia, Comune di Foggia, Comune di Lucera, Comune di Putignano.
Si tratta di un concerto in forma di
Oratorio(incentrato sulla vita della Santa ma, soprattutto, sul Mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo), costruito
interamente su testi di Maria De Mattias e Caterina da Siena e
sulle splendide musiche del M° Mons. Marco Frisina, già
responsabile del Centro Pastorale per il Culto del Vicariato di
Roma e Maestro di Cappella della Basilica di S. Giovanni in
Laterano, che da tempo svolge la sua attività di compositore sia
nell’ambito della musica liturgica, che nell’ambito sinfonico e
cameristico.
IDEA, ISPIRAZIONE, GENESI
Maria De Mattias: MISTERIUM CRUCIS
La
canonizzazione di
Maria De Mattias, fondatrice della
Congregazione delle
Adoratrici del Sangue di Cristo,
è certo un evento che non poteva passare inosservato né,
tantomeno, essere sottaciuto o vissuto con scarsa
considerazione, non solo da parte di chi, a ormai 170 anni circa
(*) dalla fondazione del suo Istituto, trova ancora in
lei fonte di ispirazione e modello di vita, ma anche da parte di
coloro i quali (come studiosi, laici, devoti o semplicemente
curiosi) hanno avuto la fortuna o, per meglio dire, la “grazia”,
di accostarsi a lei (seppur in maniera apparentemente non
incisiva) quale donna di eccezionale Carisma, predicatrice
instancabile, “
apostola”, appunto,“
donna della Parola”.
Non stupisce, pertanto, l’idea di celebrare questo importante evento
con la creazione e l’esecuzione di uno spettacolo musicale che
in lei, appunto, trova non solo ispirazione ma anche, e
soprattutto, unità compositiva. Uno spettacolo, tuttavia, che
pur conservando le ristrette e già più volte usate strutture
dell’
Oratorio Sacro, diviene (attraverso stretti rimandi
alla Scrittura, riferimenti simbolici, sottili interazioni fra
personaggi)
viaggio nell’anima dell’Uomo,
percorso di
crescita umana e spirituale, profonda riflessione sul quel
“Misterium Crucis” che, nell’opera della De Mattias così
come nella vita di altri santi, si palesa fino a diventare Luce,
Verità imprescindibile, ragione stessa dell’Essere.
Nella
realizzazione di un concerto celebrativo su Maria De Mattias,
non sarebbe stato infatti possibile, né da un punto di vista
strettamente musicale né da un punto di vista puramente
teatrale, sorvolare proprio sul
Mistero di Cristo (insito
nella sua Passione, Morte e Resurrezione) e sulla potenza
salvifica e redentiva del suo
Prezioso Sangue: giacché
parlare della De Mattias non vuol dire parlare solo di santità e
di virtù. Vuol dire anche parlare di
Carisma: di una
umanità che proprio attraverso il Sangue (anzi, attraverso un
battesimo di Sangue e Spirito) si sublima fino a diventare
santità e misticismo, anelito continuo alla carità, respiro e
grido dell’anima, esperienza tessuta nelle fibre più intime del
proprio cuore, lavacro di purificazione e fuoco d’Amore.
Riflettere sul Sangue di Cristo significa, infatti, entrare nel
cuore della
Redenzione. Significa cogliere alla luce
della fede “la preziosità del Sangue che ci ha redenti”, come
dice un’orazione. E Maria De Mattias, donna della familiarità
con Cristo nello Spirito, penetra nella Storia della salvezza
proprio attraverso la via “nuova e vivente” del Sangue di
Cristo.
Ma non
basta: l’
immersione estatica nel Sangue, che è stata il
“nodo” dell’esperienza della De Mattias e, quindi, la sua
santità, diventa, nel tempo, vocazione continua ed esigente per
ogni uomo intenzionato a ritrovare una perfetta comunione con
Dio; desideroso, cioè, di essere in tutto parte del Suo progetto
di salvezza.
(cfr. N.
Spezzati - ASC Pagine 4, Dir. Prov. Bari 1993).
La Santità: cammino di Luce
E difatti, soltanto mediante l’azione rigeneratrice dello Spirito
Santo e grazie ad una adesione consapevole da parte dell’uomo al
progetto di Dio, Egli può entrare nelle nostre vite e cambiarle,
può renderci santi e in tutto simili a Lui, donandoci quella
“vita vera” a cui tutti, nel profondo, aneliamo…farci, cioè,
strumenti nelle sue mani: strumenti di salvezza, strumenti di
carità.
Come
Luce, dunque,
che entra ad illuminare le nostre vite: le
attraversa, le plasma, le fa risplendere di Verità e di Amore,
le santifica, le salva, le fortifica…per poi ritornare a se
stessa, uguale e sempre rinnovata, in un
cerchio di Luce
che ci sovrasta, ci feconda, ci attraversa e procede, insieme a
noi, ben al di là di noi.
Così è
per i santi, così è per Maria De Mattias:
Luce da Luce…Luce
che crea e ricrea incessantemente…Luce sempre nuova e
inestinguibile…Luce che è Via, Verità e Vita…Luce dalle infinite
sfumature e colori, a seconda della diversità dei carismi.
La
santità, dunque, non è, non può, non deve essere lontana da noi. Ad
essa è chiamato ogni uomo: ciascuno con i propri talenti,
ciascuno con un diverso carisma.
E questo
lavoro artistico vuol essere proprio una
riflessione sul
nostro cammino di santità, alla luce del cammino fatto,
prima di noi, da una donna che ha saputo cogliere la novità e la
radicalità del Vangelo, la forza che viene dalla Croce e dal
Sangue; una donna che ha saputo farsi umile, che ha saputo
vivere con semplicità e passione (nonostante il suo “carattere
molto vivo ed ardente…irrequieto”) quella Parola che, da sola,
può renderci liberi. E santi.
Non si è
avuta la pretesa, del tutto infondata, di operare una
trattazione esaustiva della vita, delle opere e del misticismo
di Maria De Mattias; si è cercato, in totale umiltà, solamente
di narrare, in musica e parole, quello che più l’ha resa e la
rende tutt’oggi speciale: l’
amore per Gesù Crocifisso e la
Carità, che è il Suo Sangue stesso: Sangue prezioso che
sgorga “dal suo cuore ferito”, “dal suo amoroso costato”
(cfr.
Ignazio di Antiochia, Tralliani 8,1-2; Rm 7,3; Maria De Mattias,
Lettera n.75
Tutto ciò, però, nella consapevolezza che il suo cammino non è molto
dissimile da quello di chiunque decida, un giorno, di “vivere
tutto di Dio”, di farsi “rubare il cuore dall’ Amore
Crocifisso”, la “nostra speranza e la nostra porzione in eterno”
(cfr.
Maria De Mattias, Lettere n.78, n.277, n.703).
(*) Il 4 marzo 1834, con l’apertura della prima scuola da parte di
Maria De Mattias, si data la nascita della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo (cfr. A. Di Spirito, Guida alla lettura di MDM – sussidio in 7 schede – Dir. Prov. Gennaio
2003).
STRUTTURA
La preghiera, la lode
Come può, dunque, la vita di un Santo non essere vita di preghiera?
Anzi, come può la vita di chiunque accolga in sé il Mistero di
Cristo non essere essa stessa preghiera, continuo e sincero
canto di lode e adorazione verso Colui che “per effetto di
tenerissimo e sviscerato amore verso di noi”, morendo “per
riparare ai nostri disordini”, ha vinto la morte e ha permesso,
“ nella sua infinita bontà”, che noi, “creature e vermi
”, fossimo “innalzati all’unione con Lui”?
(cfr. Maria
De Mattias, lettere n.473, n.78).
La vita
della De Mattias è, infatti,
ode splendida d’amore altissimo
e umanissimo.
La sua
anima non è solo un’anima orante: è essa stessa orazione, perché
profondamente radicata nel servizio, nell’umiltà, nella carità,
nella Passione, nella Croce, nel continuo desiderio di “dar
gusto a Dio”
(cfr.
Maria De Mattias, lettera n.92), nel totale abbandono in Cristo, suo “Sposo Crocifisso”.
In
lei si compie quello che già si era compiuto nella Vergine Maria:
accoglienza del Verbo, della Parola, adesione totale alla
volontà di Dio…il suo “
eccomi”, come quello della
Vergine, nasce dall’umiltà e dischiude innanzi a lei la vittoria
della fede crocifissa, obbedienza alla croce, totale unione
caritativa col Padre. Non a caso anche la tradizione orientale
legge il “fiat” della Vergine come fede crocifissa e prefigura
in essa la croce apportatrice di vita:
«Il Fiat
della Vergine porta già in sé lo Stabat Mater Dolorosa accanto
alla croce
e dalla
ferita della Vergine – a te pure una spada trapasserà l’anima (Lc
2,35) -,
dallo Spirito e dal Sangue, nasce l’archetipo femminile.
Per la
Vergine il suo ministero di donna comincia nell’istante
dell’annunciazione,
ma
archetipicamente risale e si radica nella croce».
(P.
Evdokimov, Le donne e la salvezza del mondo, Milano 1979)
Similmente l’esperienza di carità della De Mattias si radica
nella croce.
La sua prima esperienza di Dio parte, come quella della Vergine Maria,
dalla fede crocifissa: “Maria, fatemi ardere d’amore verso Gesù…la
Vergine mostrandole il calvario e la croce la invitò a salire”
(N. Spezzati, ASC Pagine 4, Dir. Prov. Bari 1993 / G. Merlini,
Compendio, 18).
La divisione in scene:
il MAGNIFICAT e il ciclo della Luce
Le
parole di esultanza e di lode pronunciate dalla Vergine al
momento dell’annunciazione sono perfettamente estensibili,
dunque, anche a Maria De Mattias: il
Magnificat,
espressione liricamente, umanamente e spiritualmente più alta
del “sì” a Dio, diviene una sorta di
tema dominante del
concerto, fino a diventarne parte integrante, struttura portante
attorno alla quale si snodano tutte le principali tematiche
demattiane e fa sì che lo spettacolo diventi esso stesso un
unico canto di lode, di adorazione, di ringraziamento
L’
“oratorio” viene suddiviso, infatti, in
cinque scene (più
un
proemio), ognuna delle quali prende spunto e si
sviluppa su precisi versi del Cantico di Maria.
Non
solo.
Ciascuna
delle scene (con l’intento preciso di tracciare un
ideale
percorso di Luce) richiama e simboleggia un ben definito
“momento” in cui siamo soliti suddividere il giorno: il
mattino, il
mezzogiorno, il
tramonto, la
notte, l’
alba.
Non è
casuale che il percorso scelto parta dal mattino e si concluda
con l’alba
(apparentemente sarebbe stato più logico il ciclo solare
alba-notte): ma la Luce di cui si sta parlando è quella di Dio,
per il quale “nemmeno le tenebre sono oscure, la notte è chiara
come il giorno e le tenebre sono come luce”
(salmo
139).
La Luce
di Dio, che è
Luce di Santità, non può esaurirsi, non può
estinguersi nella notte: è
Luce da Luce. Splende al
Mattino (
Clara Luce), rifulge a Mezzogiorno (
Meridie),
attraversa il Tramonto (
Occidente Sole) e sovrasta la
Notte (
Sub Nocte) per poi rigenerarsi all’Aurora (
Prima
Luce).
È Luce
che passa attraverso di noi e, con noi, percorre tutti gli stati
dell’anima: dalla gioia all’angoscia, dalla tristezza alla
disperazione, dall’ascesi al peccato.
È luce
sempre viva e inesauribile che, come fiamma ravvivata nel
Sangue, brucia ma non si estingue, scalda ma non incenerisce,
disgela e fa germogliare la terra…è Luce, Spirito, Grazia: mano
delicata e possente che, dalla notte dei tempi, plasma e
rigenera, crea e ricrea continuamente… è già, in se stessa,
inizio e fine, alfa ed omega.
PERSONAGGI, SIMBOLOGIA
Santità e Virtù
Se è
vero che la Luce dello Spirito e la novità radicale della
Parola, insieme al “sì” dell’uomo, hanno il potere di cambiare
la vita di ogni creatura rendendola in tutto conforme a quella
di Cristo, è pur vero che qualunque cammino autentico di santità
debba passare, inevitabilmente, anche attraverso l’
esercizio
delle virtù, la cui eroicità è immediata conseguenza della
grazia ricevuta.
Non a
caso tutti i santi, basti pensare alla stessa De Mattias, si
sono continuamente sforzati, nel tentativo di imitare l’esempio
di Cristo, di rendere perfette quelle virtù che, poi, hanno
finito sempre col diventare parte stessa della loro vita: più
che persone virtuose, dunque,
vite rese perfette e complete
nelle virtù e dalle virtù.
Perché,
dunque, non lasciare alle Virtù stesse il compito di narrare il
Mistero di Cristo e dell’Uomo?
È questo
il principio e la logica sottile che in “Lumen de Lumine” ci
spinge ad affidare la narrazione degli eventi della vita di
Maria De Mattias e quelli della vita di Gesù Cristo, proprio
alla personificazione delle
quattro Virtù Cardinali (
Temperanza,
Fortezza,
Prudenza,
Giustizia) e delle
tre Teologali (
Fede,
Speranza,
Carità),
che diventano così i
sette personaggi-chiave
dell’oratorio: non, dunque, il « personaggio Maria De Mattias»
che narra di sé e di Cristo, ma le Virtù stesse che narrano di
Cristo attraverso le parole della santa e, allo stesso tempo,
Cristo che canta il suo Amore per l’uomo per mezzo delle Virtù.
Questa
sorta di identificazione fra Maria De Mattias e le sue Virtù ci
consente di mettere in risalto, infatti, sia nella narrazione
musicale che in quella prosastica, tutti i temi relativi alla
Croce e al Sangue e, contemporaneamente, di analizzare non solo
la vita della santa ma, per estensione, anche quella dell’uomo
in cammino, in cerca della Verità e della Luce.
Sarebbe
più corretto parlare, dunque, non di sette diversi personaggi
(Fortezza, Giustizia, Prudenza, Temperanza, Fede, Speranza,
Carità) ma di
un solo personaggio (l’
Amore di e per
Cristo, che diviene perfetto nella Croce e che si fa Sangue per
gli uomini) letto, attraverso gli occhi e il cuore della De
Mattias, da sette differenti punti di vista; analizzato, cioè,
in tutte le splendide sfumature (umane e spirituali) di cui
l’anima dell’uomo è pregna.
Il cielo dell’anima: la lode dell’Universo
Da
questi pochi concetti fondamentali si passa alla vera struttura
simbolica dell’Oratorio che realizza in sé una perfetta
sintesi fra elementi biblico-teologici ed elementi
essenzialmente legati all’ambito astronomico e scientifico.
Avendo,
infatti, la necessità di dover conferire all’opera una struttura
simbolica e scenica che muovesse sempre dal concetto di Luce
poc’anzi espresso, si è cercato di concentrare la nostra
attenzione proprio sull’elemento che è simbolo di luce per
eccellenza: il
sole e, quindi, le
stelle. La
stessa De Mattias dirà: “Quanto è amabile Gesù Crocifisso, Egli
ruba i cuori con le sue amorose attrattive; mettiamoci
sotto
i raggi di questo sole divino”
(Lettera n.825).E ciò,
infatti, non soltanto ci ha dato la possibilità di conservare l’
idea
ciclica della Luce (vedi la divisione strutturale delle
scene) ma anche la possibilità di esprimere meglio il concetto
di “vita” che si fa “
canto di lode e adorazione”
(ricordiamo che le scene muovono proprio dai versi del Canto di
lode per eccellenza: il Magnificat) che, in questo caso, si
trasmuta e amplia fino a divenire
lode cosmica e universale
da parte dell’universo intero…
Il cielo delle anime è,
infatti, come quello delle stelle: tutte risplendono, ma
ciascuna di una luminosità propria.
(cfr. A. Di
Spirito – MDM Mistica, Ed. Sanguis, 1974)
Dio
illumina le nostre anime e le fa risplendere della sua Luce,
quasi fossero stelle chiamate ad essere “fari” nella notte, ad
illuminare, a loro volta, il cammino di altri uomini. E ognuna
brilla di una luce diversa a seconda dei diversi doni e carismi
che il Signore ha elargito. E non è forse così per la vita dei
santi? Non è così per Maria De Mattias? Ogni vita “santa” è il
riflesso, unico e originale, di quella stessa Luce che continua
a rifulgere dall’eternità…come il sole, appunto, che,
immutabile, da sempre illumina e riscalda tutti gli esseri
viventi.
Dalle virtù Cardinali…ai punti cardinali
Gli
astronomi definiscono il cielo, visto dalla Terra, “
sfera
celeste”; essa può essere immaginata come un’ enorme palla
vuota con la Terra al centro e con le stelle, che formano le
costellazioni, sulla superficie interna. Mentre la Terra
ruota, sembra che le stelle sfilino in parata…
Il Polo
Nord celeste è il punto immaginario in cui il prolungamento
dell’asse terrestre (
ASSE DEL MONDO) incontra la
volta celeste: il
NORD è, dunque, il punto cardinale
dell’orizzonte che si trova sotto la Stella Polare (
POLARIS),
la stella più luminosa della costellazione dell’Orsa Minore (
URSA
MINOR). Diametralmente opposto al Nord, sempre sul cerchio
dell’orizzonte, c’è un altro punto cardinale, il
SUD, che
consideriamo rappresentato da
ACRUX, stella principale
della costellazione della Croce del Sud (
CRUX). In
realtà, la costellazione di Crux non coincide esattamente con il
Polo Sud celeste, ma la sua forma è così facilmente
riconoscibile da costituire un ottimo sistema di riferimento.
La linea
che collega il Nord e il Sud suddivide il cerchio dell’orizzonte
in due parti. Una seconda linea, perpendicolare alla retta
Nord-Sud e passante per il punto dove risiede un immaginario
osservatore, individua sul cerchio dell’orizzonte gli altri due
punti cardinali: l’
EST e l’
OVEST.
Sulla
sfera celeste siamo soliti fissare, inoltre, l’
ECLITTICA:
essa è il cerchio massimo che corrisponde al percorso apparente
del sole durante l’anno e sul quale si trovano le dodici
costellazioni dello Zodiaco.
L’Eclittica interseca l’
EQUATORE CELESTE in due punti
(nodi) chiamati:
-
Punto Vernale (γ) (o punto gamma o punto di Ariete) che è il nodo ascendente: il
Sole, cioè, passa per il punto vernale (e quindi per la
costellazione dell’Ariete) nel momento dell’equinozio di
Primavera “salendo” nell’emisfero celeste settentrionale.
-
Punto della Bilancia (Ω):
è il nodo discendente. Il Sole vi transita al momento
dell’equinozio autunnale “scendendo” nell’emisfero celeste
australe.
Convenzionalmente, la stella principale della costellazione
dell’Ariete (
ARIES), e cioè
HAMAL, rappresenterà,
per noi, l’
EST ( e, quindi, per estensione, l’
Oriente,
il punto in cui apparentemente sorge il sole -inizio del ciclo
di luce-) e, sempre per convenzione, la stella più luminosa
della Costellazione della Bilancia (
LIBRA), e cioè
ZUBENELGENUBI, rappresenterà l’
OVEST (e, quindi,
l’Occidente, il punto in cui apparentemente il sole sembra
tramontare).
Hamal e
Zubenelgenubi sono arbitrariamente e simbolicamente considerate
coincidenti con il punto vernale γ e con il punto della
Bilancia Ω.
Quattro
punti cardinali, dunque, e quattro costellazioni (con relative
stelle principali) per quattro Virtù Cardinali (Fortezza,
Prudenza, Giustizia, Temperanza).
E,
difatti, Hamal, Acrux, Zubenelgenubi e Polaris diventeranno,
nella narrazione, proprio la personificazione simbolica
rispettivamente della
FORTITUDO, della
PRUDENTIA,
della
IUSTITIA e della
TEMPERANTIA, a loro volta
chiamate a simboleggiare gli
immaginari confini dell’universo
dai quali parte e si estende la lode dell’universo per il suo
Dio.
Quattro voci recitanti
( 2 attrici per Temperantia e Prudentia; 2 attori per Fortitudo
e Iustitia) sono chiamate a rappresentare, dunque:
- Hamal (
Stella della Fortezza – Voce recitante I);
- Acrux (
Stella
della Prudenza – Voce recitante II);
- Zubenelgenubi (
Stella della Giustizia – Voce recitante III);
-
Polaris (
Stella della Temperanza – Voce recitante IV).
(Vedi Fig.1)
Dalle virtù Teologali…al Triangolo della Luce
Il cielo
più luminoso è sicuramente quello estivo, in cui risplendono tre
ùinteressanti: quella di
CYCNUS
(Cigno), di
LYRA (Lira) e di
AQUILA (Aquila). Le
stelle principali delle tre costellazioni citate (cioè
DENEB,
VEGA e
ALTAIR) sono, infatti, così luminose che
gli astronomi sono soliti parlare di Triangolo Estivo del cielo
(triangolo immaginario di cui tali stelle costituiscono i
vertici).
Tre
stelle, dunque, anche in questo caso, per tre Virtù Teologali
(Fede, Speranza, Carità).
Deneb,
Vega ed Altair diventeranno, nella narrazione, proprio la
personificazione simbolica rispettivamente della
FIDES,
della
SPES e della
CARITAS, a loro volta chiamate
a simboleggiare un immaginario
Triangolo di Luce che
contiene in sé le virtù necessarie a rendere la vita dell’uomo
santa e perfetta agli occhi di Dio (
Triangolo della
Perfezione).
Nell’oratorio, il
CORO è chiamato a rappresentare Deneb (
Stella
della Fede) mentre i
DUE soprani
SOLISTI
rispettivamente Vega (
Stella della Speranza) e Altair (
Stella
della Carità).
(Vedi Fig.1)
L’uomo: ottavo personaggio
La Terra
si trova, dunque, al centro della sfera celeste, quasi fosse
l’oggetto privilegiato verso il quale tutta questa luce si
rivolge. Anche l’uomo (l’umanità intera) si trova chiaramente
al centro di tutta la creazione. Egli è il soggetto-oggetto
dell’Amore di Dio che, pur di redimerlo e salvarlo, “non ha
risparmiato suo Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”(Rm
8,32); Dio, infatti, “ha tanto amato il mondo da dare il suo
Figlio unigenito” (Gv 3,6).
Nella
rappresentazione scenica,
la Terra simboleggia proprio
l’uomo, oggetto e fine ultimo dell’Amore di Dio: uomo che,
in virtù di questo amore, non può che lodare, insieme
all’universo intero, il suo Creatore, la Fonte di ogni suo Bene;
ognuno in modo differente (con carismi e doni differenti) ma
tutti riflesso della stessa Luce.
Per
questo la rappresentazione dell’umanità è affidata all’
ORCHESTRA,
il nostro ottavo personaggio: anch’essa costituita da differenti
strumenti (ciascuno con timbri e sonorità propri) che, però,
fusi insieme, generano un’ unica, possente armonia, un solo
canto di lode (“Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è
lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il
Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che
opera tutto in tutti”, 1Cor 12,4-6).
È la
stessa Caterina da Siena ad affermare, a tal proposito, che
qualunque persona, “ministra dell’Amore di Dio”, tanto povera da
consentire allo Spirito Santo di amare in lei e per lei, diventa
“
strumento musicale pizzicato dallo Spirito, che canta la
gloria e la potenza divine”
(S.
Gregorio Nazianzeno, Discorso al popolo - 43, 67).
Altre considerazioni
Inoltre,
per estensione concettuale, i quattro punti cardinali
1. L’ALBA
(Est-Oriente) : non è casuale che il punto cardinale Est
coincida con il punto vernale o dell’Ariete. Al transito del
sole nella costellazione di Aries, infatti, si ha l’equinozio di
Primavera: il riferimento alla rinascita e al risveglio
(Resurrezione) è palese, così come evidente è l’associazione
alla Virtù della Fortezza (la Parola di Dio segna la rinascita
dell’uomo; la sua Luce rinvigorisce la Forza: è l’inizio del
cammino)
2. Il MEZZOGIORNO (Sud): il punto più alto del Sole viene
associato alla Virtù della Prudenza.
3. Il TRAMONTO (Ovest-Occidente): anche in questo caso, non è
casuale che il punto cardinale Ovest coincida con il punto della
Bilancia; al transito del sole nella costellazione di Libra,
infatti, si ha l’equinozio di Autunno: il riferimento al
tramonto e al concetto di morte (Passione) è lampante, così come
evidente è l’associazione alla Virtù della Giustizia che, nella
bilancia, trova proprio la sua iconografia più classica.
4. La NOTTE (Nord): la Virtù della Temperanza è la Stella Polare
che, nella notte dello spirito, ci mostra il cammino e ci invita
a perseverare nella fede.
Tutto
questo ci riporta nuovamente alla divisione simbolica delle
cinque scene (Clara Luce – Meridie – Occidente Sole – Sub Nocte
– Prima Luce).
Muovendo
esattamente dalle considerazioni fatte fin’ora e, soprattutto,
tenendo presente la rappresentazione grafica delle costellazioni
disposte sulla sfera celeste, si passa direttamente ad una
disposizione scenica dei personaggi che vede l’umanità (l’
ORCHESTRA)
al centro di un
triangolo immaginario i cui
vertici sono costituiti da Deneb (il
CORO) -Stella della
Fede-, Altair (
SOLISTA I) -Stella della Speranza- e Vega
(
SOLISTA II) -Stella della Carità-.
Entrambi
(l’umanità e il gruppo delle tre Virtù Teologali - orchestra,
coro, solisti-) sono poste al centro di un
quadrato i cui
vertici sono costituiti da Hamal (
VOCE RECITANTE I)
-Stella della Fortezza-, Acrux (
VOCE RECITANTE II)
-Stella della Prudenza-, Zubenelgenubi (
VOCE RECITANTE
III) -Stella della Giustizia- e Polaris (
VOCE RECITANTE
IV) -Stella della Temperanza-.
Il
cerchio immaginario che sembra racchiudere tutti gli
elementi rappresenta, poi, proprio Dio, Luce che abbraccia a sé
l’umano e il divino, l’uomo e le sue virtù, l’uomo e la sua
anima.
Proprio
parlando dell’anima e delle tre Virtù Teologali, S. Caterina
afferma:“…Tu l’hai posta come dentro un
cerchio in cui,
da qualunque parte l’anima vada, sempre si ritrova in
esso…”, ( cfr. Proemio) e ancora: “…sai come stanno queste tre virtù? Come se tu avessi
un
cerchio tondo posto sopra la terra, e nel mezzo di
questo cerchio uscisse un arbore con un figliuolo da un lato,
unito con lui. L’arbore si nutrica nella terra che contiene la
larghezza del cerchio; che se egli fosse fuore della
terra, l’arbore sarebbe morto, e non darebbe frutto infino che
non fosse piantato nella terra…”.
(Vedi Fig.2)
“…Il cielo delle anime
è come quello delle stelle:
tutte risplendono,
ma ciascuna
di una luminosità propria…”
(Fig.1)
RAPPRESENTAZIONE SCHEMATICA DELLE COSTELLAZIONI
RISPETTIVA ASSOCIAZIONE SIMBOLICA
(le
dimensioni delle costellazioni non sono reali: servono solamente
a mettere meglio in evidenza la relazione simbolica fra i
personaggi e le stelle con le rispettive Virtù Cardinali e
Teologali)
Schema riassuntivo dei personaggi e della simbologia
VIRTU’
CARDINALI
(Gli estremi confini immaginari
dell’universo: l’universo intero loda il suo Signore)
FORTITUDO
-
ATTORE I (HAMAL, Stella della Fortezza – costellazione dell’Ariete o ARIES):
rappresenta l’EST e, per estensione,
’ORIENTE e, quindi, l’ALBA
PRUDENTIA
-
ATTORE II (ACRUX,
Stella della Prudenza – costellazione della Croce del Sud o
CRUX):
rappresenta il SUD e, per estensione,
il MEZZOGIORNO
IUSTITIA-
ATTORE III (ZUBENELGENUBI,
–costellazione della Bilancia o LIBRA):
rappresenta l’OVEST e, per estensione,
l’OCCIDENTE e, quindi, il TRAMONTO
TEMPERANTIA-
ATTORE IV (POLARIS,
Stella della Temperanza – costellazione dell’Orsa Minore o
rappresenta il NORD e, per estensione,
la NOTTE
VIRTU’
TEOLOGALI
(Triangolo della Luce ovvero della
Perfezione)
FIDES-
CORO (DENEB,
Stella della Fede – costellazione del Cigno o CYGNUS)
SPES
-
SOLISTA I (ALTAIR,
Stella della Speranza – costellazione dell’Aquila o AQUILA)
CARITAS
-
SOLISTA II (VEGA,
Stella della Carità – costellazione della Lira o LYRA)
UOMO
( L’umanità intera, centro e fine ultimo
della creazione)
ORCHESTRA (L’Uomo è il punto focale dell’amore di Dio, il centro della
creazione; ciascun uomo canta la lode al suo Creatore, ognuno in
modo differente, con carismi differenti, ma facenti tutti parte della
stessa armonia: armonia celeste dell’Universo)
(Fig.2)
SCHEMA
DELLA DISPOSIZIONE SCENICA
DEI PERSONAGGI
“…Tu l’hai posta come dentro un
cerchio in cui,
da qualunque parte l’anima vada,
sempre si ritrova in esso…”
MISTERIUM
CRUCIS: redenzione cosmica
Abbiamo già più volte espresso
l’importanza e la centralità che il Mistero della Croce riveste
nella spiritualità di Maria De Mattias e, conseguentemente, in
quest’opera.
Non risulterà, dunque, strano che,
osservando l’asse del mondo (Nord-Sud), l’asse immaginario che
congiunge l’Est all’Ovest e la retta che congiunge
Zenit
a
Nadir (*), si visualizzi proprio l’immagine di
una possente Croce che ha il suo centro nell’Uomo e che si
dispiega fino a congiungere, con le sue braccia, la
terra
(Nadir) e il
cielo (Zenit), l’
Oriente (Est) e l’
Occidente
(Ovest) -e quindi il mistero della
nascita e della
morte:
Passione e
Resurrezione - , il
Passato (Nord) con il
Futuro (Sud).
(Vedi Fig.3)La Croce di Cristo abbraccia e congiunge
in sé, dunque, l’universo intero, il mistero della vita e della
morte, il tempo e lo spazio: è principio e fine dei tempi,
mistero in cui ogni cosa trova il suo compimento, la sua
ragione, il suo essere.
E il Sangue prezioso che da essa
scaturisce, versato dal Dio fatto Uomo, è salvezza per l’umanità
intera: è
redenzione cosmica.
Anche la De Mattias, nella sua visione di
fede, pose al centro del suo “universo” la persona di Cristo
Gesù: nell’atto di essere consegnato dal Padre che “non ha
risparmiato Suo Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm
8,32); nella consegna amorosa al Padre di se stesso per noi:
“Questa mia vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di
Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal
2,20); nel segno privilegiato del versamento del Sangue, che
rivela il canto appassionato del suo “tenerissimo amore per
noi”.
È indubbio che, in Maria De Mattias,
l’interpretazione di tale Mistero sia presente con la visione
più diffusa nel secolo XIX: l’orientamento cioè a cogliere,
nella morte di Cristo, il sacrificio di redenzione:
redenzione sacrificale.
È altrettanto vero, però, che,
mistericamente, ella fa esperienza di tale mistero nel segno del
Sangue come
Teofania dell’Amore di Dio per l’uomo (centro
della croce), disegno nascosto nel seno dell’eterno, e come
realizzazione in e per Cristo.
(N. Spezzati, ASC Pagine 4, Dir.
Prov. Bari 1993)
(*)
Si chiama ZENIT il punto di incontro della verticale
passante per il punto d’osservazione sulla superficie terrestre
con la volta visibile.
Il
prolungamento della verticale in direzione opposta, ossia
nell’emisfero invisibile, determina il
NADIR (opposto).
(Fig.3)
MISTERIUM
CRUCIS: REDENZIONE COSMICA
TEMATICHE
L’Oratorio è costituito da un
Proemio e
cinque Scene
(la prima parte del concerto contiene il Proemio, la Scena I e
la Scena II; la seconda parte contiene, invece, le Scene III ,
IV e V).
Le scene
contengono un totale di
12 brani musicali. Ognuna, a sua
volta, ne contiene un numero ben definito stabilito secondo lo
schema numerico simmetrico 1-2-3 (1 brano
musicale nel proemio; 2 brani musicali nella Scena I; 3 brani
musicali nella Scena II) e
3-2-1 (3 brani musicali nella
Scena III; 2 brani musicali nella Scena IV; 1 brano musicale
nella Scena V).
Il
concetto di “perfezione”, insito nel cammino di santità, viene
espresso anche “numericamente”; viene espresso, cioè, da
precisi rapporti numeri non casuali (sicuramente secondari
rispetto alla centralità delle tematiche affrontate ma che,
ugualmente, andrebbero considerati).
Il
numero
12 (numero totale dei brani musicali) è infatti
ottenibile anche dal prodotto
4*3
(numero delle Virtù Cardinali per il numero di quelle
Teologali). Inoltre, ogni parte del concerto è suddivisa in
3
blocchi (Proemio, Scena I e II per la prima parte – Scena III,
IV e V per la seconda).
È
inutile far notare che la scelta del numero12 richiama il numero
degli apostoli, il numero 3 richiama il concetto di perfezione
Trinitaria (Padre-Figlio-Spirito) e che il numero 4 (ugualmente
considerabile come somma 2+2) rimanda al numero degli
Evangelisti (…è un caso che il numero delle Voci recitanti, e
quindi delle Virtù Cardinali, sia proprio pari a 4?).
Al di là
della simbologia numerica, che nulla toglie o aggiunge alle
struttura dello spettacolo, ci preme sottolineare, invece, che
per meglio evidenziare il carattere di “canto universale di
lode” insito nell’Oratorio, tutti i testi (recitati e cantati)
sono stati suddivisi in
STROFE. Ogni strofe è stata
associata ad una lettera dell’alfabeto greco (da
α ad
ω) che ci rimanda chiaramente all’idea di Cristo « principio
e fine di ogni cosa» (“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e
la Fine”,
Ap 21,6I brani
corali conservano, inoltre, la suddivisione propria, invece,
delle parti corali del teatro greco (
STROFE –
ANTISTROFE –
EPODO).
Otteniamo così, dunque, un solo blocco narrativo (un unico
“poema”) diviso in
24 strofe [24=12+12=(4*3) +
(4*3)=(2+2)*3+(2+2)*3].
«Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto»
Parlare di Cristo, per Maria De Mattias,
è sempre parlare dello Sposo divino vestito del mantello del suo
Sangue prezioso; sperimentare l’amore di Gesù vuol dire farlo
nell’espressione-segno più eloquente e tenero di tale amore: il
Sangue prezioso, che sgorga “dal cuore ferito”, “dall’amoroso
Costato”.
Rivestendo la nostra carne, il Figlio si
è fatto vulnerabile per noi e la ferita del suo cuore, stillante
sangue e spirito, ne è la testimonianza; per sempre
“volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv
19,37).
La visione giovannea della morte di Gesù
come «tradidit Spiritum», consegna di se stesso in un atto di
libero amore (che prelude all’effusione dello Spirito, cioè
dell’amore mutuo del Padre e del Figlio) ci è sembrata la più
vicina all’esperienza misterica che Maria De Mattias fa del
Sangue di Cristo. Per Giovanni, infatti, ciò che il Sangue
dell’Agnello aveva operato in figura nell’Antico Testamento, il
Sangue di Gesù, uomo e Dio, l’aveva compiuto in realtà
(N. Spezzati, ASC Pagine 4, Dir.
Prov. Bari 1993). Da qui la scelta del versetto 37
del capitolo 19 del Vangelo di Giovanni come efficace sintesi
delle tematiche sviluppate nell’Oratorio.
PROEMIO: “Inno alla Luce”
…Deum
de Deo, Lumen de Lumine, Deum Verum de Deo Vero...
(Dio da Dio, luce da Luce, Dio Vero da Dio Vero)
Il concerto si apre con un Proemio
interamente affidato alle splendide parole di
S. Caterina da
Siena: il che non è casuale.
Anche Caterina, come Maria De Mattias,
poneva la sua dottrina proprio nella Croce e nel Sangue.
Per Caterina, il Crocifisso è il Verbo
incarnato per pacificare il genere umano. E il suo Sangue si
ritrova dappertutto.
È proprio il Sangue, infatti, che si
versa a produrre nel Redentore quell’arsura che esprime nel
“sitio” fatidico…
Caterina vede, in questo tormento,
l’amore giunto al suo apice. Di qui il consiglio ripetuto e
pressante: “bagnatevi”, “nascondetevi” nelle pieghe del Sangue,
per bere, rifocillarsi e inebriarsi dei suoi frutti…
E non sarà la stessa De Mattias ad
affermare, anni dopo: “Non si allontani mai il nostro cuore da
quella fonte perenne, che scaturisce da quella piaga amorosa del
Costato di Gesù Crocifisso”e, ancora:“beato chi abbraccia con
amore le croci e vive nascosto nella Croce” ?
Sia per la giovane senese che per la De
Mattias, Crocifisso e Sangue sono, infatti, la “fonte che
trabocca”, lava e purifica. Inoltre, i testi tratti dal “Dialogo
della Divina Provvidenza” e dalle “Preghiere” ci immergono
subito in una
visione di Luce che è non solo lode
all’Amore ineffabile di Dio ma anche
“visione celeste” di
Carità altissima (“…abisso di Carità…chi ti muove a fare
tanta misericordia? L’Amore”).
Le parole di Caterina, pronunciate in
sequenza da tutte e sette le virtù, divengono (nella loro
sconvolgente freschezza, per le loro immagini plastiche e per il
loro stile immediato) “inno di luce alla Luce”; divengono
preghiera intima e delicata all’ “amoroso Verbo”, a quel “Gesù
dolcissimo” che è “Fuoco d’Amore”, “sapienza nella stoltezza”,
“Verità” e “Resurrezione”.
La stessa De Mattias, fissando la sua
contemplazione in questo “
pleroma d’amore”, penetra nel
“luogo” dove il miracolo della vita trova la sua origine, la sua
grandezza, il suo fascino: “in Lui era la vita e la vita era la
luce del mondo” (Gv 1,4).
Egli è, per Maria, il divino Agnello,
pienezza di bellezza e di luce (“purissima
Bellezza”…“splendore nelle tenebre”).
Maria De Mattias penetra, cioè, là dove
risiede ogni pienezza di grazia, dove c’è adempimento di ogni
promessa, dove c’è la mitezza, l’umiltà, la carità infinita
fatta Sangue per noi (“Tu sei somma dolcezza nell’amarezza
nostra…Amore inestimabile…abisso di Carità” ,e ancora, “questa
vera luce riscalda col fuoco della Carità l’anima che la
possiede”).
Il luogo della vera adorazione è per lei
il Mistero ineffabile di Gesù Crocifisso (“Altro non dirò se non
che tu, o Dio, ti sei fatto uomo e l’uomo Dio”), su cui fissa
gli occhi del cuore per rimanere “tutta libera e sciolta da se
stessa”, “fedele”, fino alla morte, “non al mondo” ma al suo
“dolcissimo Creatore”.
Accogliere in se stessi l’“amoroso Verbo”
vuol dire, infatti,
rivestirsi di un abito nuovo
risplendente di Luce (“…ecco il tuo rilucente vestito”),
di Carità e di Virtù (“ e cosa riceve l’anima che si riveste
di questa luce? Si libera dalle tenebre, dalla fame, dalla sete
e dalla morte…e fa germinare da lei…il frutto delle vere e reali
virtù”).
La vita di Maria De Mattias diventa una
ricerca appassionata di Cristo e del suo volto amabile.
Penetrare nel mistero del Figlio di Dio, che ama il genere umano
fino alla “
obbedienza-carità-alleanza”
del Sangue,
è l’unica, autentica, assoluta passione della sua vita (“…quanta
conformità con te hai dato alla tua creatura…che dirò di
più?…così l’Altezza s’umiliò fino alla terra della vostra
umanità”).
(N. Spezzati, ASC
Pagine 4, Dir. Prov. Bari 1993).
SCENA I: “Clara Luce”
Magnificat anima mea Dominum et exsultavit spiritus meus in Deo
Salutari meo…
(L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in
Dio, mio Salvatore…)
La prima scena descrive, con magistrale
poesia,
l’incontro di Maria De Mattias con la Parola di Dio,
col Verbo fatto Carne. Si tratta di un vero e proprio
“innamoramento” che, in breve tempo, diventerà passione,
bruciandole l’anima (“…e da allora in poi ho provato sempre un
martirio di gelosia…”).
I testi delicati e, al tempo stesso,
estremamente passionali, sembrano convergere subito nelle parole
“divenni sua, solo sua”, più volte ripetute. Questo perché il
Verbo, accolto dalla santa in tutta la sua radicalità, ha un
impatto così deciso su di lei (“fin dal principio della mia
vocazione mi sentii rubare il cuore da quell’Amore Crocifisso”)
da non permetterle più di allontanarsene (“preferirei morire
piuttosto che essere divisa da Gesù Crocifisso”).
Le stesse parole di Isaia, contenute
nella strofe γ, lasciano ben intravedere la potenza insita nel
Verbo divino che plasma i cuori, operando incessantemente
attraverso di noi, fino a compiere i suoi prodigi (“…così sarà
della Parola della mia bocca: non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò
per cui l’ho mandata”).
Del resto, Dio ci invita ad accogliere la
sua “buona novella” (lasciandoci liberi di fare la sua volontà)
proprio nel desiderio di renderci degni di quell’appellativo di
“figli adottivi” che ci è stato dato e che si concretizza
nell’adesione completa al suo progetto di salvezza (“…i miei
pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le
mie vie…”).
Lasciarsi penetrare dal sentire Gesù
Crocifisso per “incarnarlo-viverlo” diventa, dunque, per Maria
De Mattias, un
esercizio “dinamico-costante-sofferto”,
quasi una ferita aperta nel suo cuore di donna. È l’inizio del
cammino verso l’unione nuziale con l’Agnello (“…mai sarò
contenta se il mio cuore non sarà tutto del mio Amato…oh, sì!
Morirò d’amore…”).
(N.
Spezzati, ASC Pagine 4, Dir. Prov. Bari 1993).
Lo stesso S. Giovanni della Croce (è suo
il testo del brano musicale che apre la Scena I) esprime bene il
vigore e l’intensità di quel fuoco d’Amore (che è Sangue e
Spirito) che,“cambiando la morte in vita”, “soave ferisce” e
“teneramente innamora”…
Lo Spirito Santo-Dio chiama Maria, così
come pure ciascuno di noi, ad offrire la propria vita per amore.
L’anima è ricolma di grazia, di carità: non può fare a meno di
esultare e ringraziare il Signore (
“Magnificat anima mea
Dominum et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo…”).
Il suo spirito esulta, lieto di poter
“completare nella propria carne quello che manca ai patimenti di
Cristo”.
SCENA II: “Meridie”
…quia
respexit humilitatem ancillae suae: ecce enim ex hoc beatam me
dicent omnes generationes…
(…poiché ha guardato l’umiltà della sua serva: d’ora in poi
tutte le generazioni mi chiameranno beata…)
L’ “eccomi” di Maria De Mattias è fondato
sull’umiltà (“
quia respexit humilitatem ancillae suae”).
E non potrebbe essere diversamente.
La sua umiltà nasce proprio dal
rimettere la sua vita interamente nelle mani di Dio, senza
riserve (“riponiamo in Dio e nel Sangue di Gesù Cristo tutta la
nostra fiducia”); la sua umiltà è sacrificio di se stessa,
gratuito e totale (“…morire per la salvezza delle anime”);
sacrificio che, a sua volta, è immagine del sacrificio di Cristo
(“Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me…la mia vita è
crocifissa con Cristo, mio Signore…la vita che ora vivo è
nascosta in Lui”).
La sua “beatitudine” (“
ecce enim ex
hoc beatam me dicent omnes generationes”) è proprio
nell’abbracciare la Croce, nel crocifiggersi, per amore, con il
suo Amato (“so con certezza che la nostra felicità è nella vita
di croce”).
Tuttavia, non è pensabile operare un
cammino del genere senza, contemporaneamente, svuotarsi, un po’
alla volta, di se stessi (“umiliamoci fino al niente…”);
soprattutto perché la nostra identità non è esclusivamente
“nostra”, ma eternamente ricevuta: è una “
identità per grazia”,
come dice Massimo il Confessore. È una identità “senza
principio” appunto perché, “essendo semplicemente ad immagine di
Dio”, è ricevuta eternamente in misura del nostro “svuotamento”,
della capacità di supermento di ogni sufficienza – dell’
auritmia
– come dicono i Padri, in misura del “fiat” che ci trasforma in
accoglienza del Trascendente
(N. Spezzati, ASC Pagine 4, Dir. Prov. Bari 1993).
Si fa notare come non sia casuale che,
proprio all’interno della scena che simboleggia il punto più
alto del sole (il mezzogiorno), venga maggiormente trattato il
tema della
Passione, momento spiritualmente “più alto” di
tutta la vita Cristo.
È in esso, infatti, che, per la De
Mattias, va trovato il senso della nostra vita, della nostra
beatitudine…non solo: il patire, la debolezza dell’umanità, la
fatica e l’oscurità del domani, la lacerazione del morire, sono
altrettanti luoghi in cui Maria De Mattias trasforma il dolore
in amore, il soffrire in offrire.
“È lo Spirito del Crocifisso”, pleroma
d’amore consegnato nel Sangue, che, infatti, “opera in vita il
miracolo di questa rivelazione salvifica”.
È la carità che si fa conoscenza del
Misterium Crucis: “io mi sperdo, non so come esprimere i miei
sentimenti. Noi faticare per Gesù?…non posso comprendere! Noi
morire per Gesù? Noi? Chi siamo noi?”.
Tuttavia, Maria ha ben presente, nel
cuore, ciò che, nella morte stessa, è già insito: la
Resurrezione (“Cristo è resuscitato dai morti, primizia di
coloro che sono morti”).
Il tramonto che fa seguito al
Meriggio, così come la Notte, non sono, infatti, che un
passaggio: passaggio per la nuova vita…l’Aurora, nuova Luce.
Da questa consapevolezza il Mistero della
Croce può assumere una dimensione nuova: quella della gioia e
della speranza (“Popoli tutti battete le mani, acclamate al
Signore con voce di giubilo e di allegrezza, perché il Signore
eccelso e grande fece con noi la sua misericordia”).
SCENA III: “Occidente Sole”
…quia
fecit mihi magna Qui potens est et Sanctum nomen eius. Et
misericordia eius a progenie in progenies timentibus eum…
(…grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo
nome. Di generazione in generazione la sua misericordia si
stende su quelli che lo temono…)
Accogliere e fare la volontà di Dio vuol
dire farsi strumenti nelle sue mani e realizzare, con Lui, cose
grandiose (“
fecit mihi magna Qui potens est”). L’esempio
di Maria De Mattias ce ne dà testimonianza: in un tempo come il
suo (quello del XIX secolo), in cui la donna non godeva di
particolare considerazione (anche nell’ambito della stessa
Chiesa) ella divenne addirittura la “donna della Parola”. E già
questo basterebbe a dare riprova della grandezza di Dio che,
durante la sua esistenza, non l’ha mai abbandonata. La
misericordia, l’aiuto di Dio non è mai venuto meno: queste le
riflessioni principali della Scena III.
Dio compie quello che sembra impossibile
agli occhi degli uomini e il suo amorevole aiuto non cessa di
sostenerci anche quando “le tenebre scendono intorno a noi e il
dolore sembra oscurare il cielo”, anche quando “il dubbio
stringe il nostro cuore e il nostro sguardo pare perdersi nel
buio”.
Tra la croce e la gloria, Maria De
Mattias sperimenta, infatti, il già e il non ancora, il
travaglio della fedeltà. La sua personale via della croce, nel
tentativo di essere “obbediente in tutto, pur di compiacerlo” (“
timentibus
eum”), è fatta di lotte interiori, di agonie dette e
taciute, di solitudine, di dubbio, di stanchezza, di sconfitte
dolorose della “misera umanità”, di angosce, di domande senza
risposta ripetute all’infinito e sempre nuove: “M’inganno io? Vi
sarà inganno? Dov’è il mio Gesù? Se non lo trovassi, come farò?
L’ombra di quelle cose che a Lui non piacciono mi mette paura…”.
(N. Spezzati, ASC Pagine 4,
Dir. Prov. Bari 1993). La finitudine sperimentata ogni giorno si
traduce in sforzo di uscire da sé per entrare nella via dolorosa
dell’amore: è la
Carità Crocifissa (“vorrei essere io
stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei
fratelli…”) che si rafforza nella consapevolezza della fedeltà
dell’amore di Dio (“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La
tribolazione, la spada…la persecuzione, il dolore? Né morte o
vita ci separerà dall’amore in Cristo Signore”). La sua meta è
vivere ormai tutta con il suo Dio, predicando il Vangelo per la
salvezza delle anime: impegno a cui tutti siamo chiamati (“Con
te noi faremo cose grandi. Con te noi convertiremo il mondo. Tu
sei nostra luce e conforto, forza, rifugio, o Signore”).
SCENA IV: “Sub Nocte”
…fecit
potentiam in brachio suo. Dispersit superbos mente cordis sui.
Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles. Esurientes
implevit bonis et divites dimisit inanes…
(…ha spiegato la potenza del suo braccio. Ha disperso i superbi
nei pensieri del loro cuore. Ha rovesciato i potenti dai troni .
Ha innalzato gli umili . Ha ricolmato di beni gli
affamati rimandando i ricchi a mani vuote…)
Maria è
ormai tutta del suo Dio. Fino alla morte ella non avrà altro
scopo che la predicazione, la salvezza delle anime, il “
caro
prossimo”. Quel Dio che l’ha amata (anzi, che la ama da
sempre e che l’ha chiamata), quel Dio che l’ha sedotta e da cui
s’è lasciata sedurre, quell’uomo “a cui ha portato la croce”, ha
stravolto la sua anima, la sua vita: l’ha plasmata fino a darle
un nuovo “ordine”, fino a far crescere il lei il desiderio
ardente di “vedere nei tempi presenti quel bell’ordine di cose
che il Figlio di Dio, con il suo Sangue divino, è venuto a
stabilire in terra” (ordine che i versetti del Magnificat a cui
si ispira la Scena IV esprimono chiaramente).
Non più,
dunque, poveri, ricchi, superbi, uomini, donne…solo il “caro
prossimo”:
solo “figli” che hanno “sete del Padre” (…
“ecco le mie piaghe; ecco il mio Sangue: chi ha sete venga a me
e beva…”; … “l’anima mia ha sete di Dio, sete del Dio vivente…”)
Maria è
chiamata a rinnovare, anche nella notte più scura, il suo “sì”
d’amore a Dio, ferma nella certezza che non verrà mai
abbandonata (“Mi disse: non temere, non ti abbandonerò…perché ti
rattristi, dunque, anima mia? Perché su di me gemi? Spera in
Dio…”).
La
ripetizione (quasi fosse un’anafora) dei versi “
Bevi anche tu
questo calice?”
(tre volte ripetuti all’interno della
strofe υ) sembra infatti ricordare, per la sua incisività, la
domanda che Gesù pone per tre volte a Giovanni: “Simone di
Giovanni, mi vuoi bene?” e, al tempo stesso, sembra richiamarla
incessantemente a quel sacrificio totale d’amore ad “imitazione
del Crocifisso Sposo”.
Ella
si fa,
dunque,
croce con il suo Dio (“l’uomo al quale ho portato
la croce è divenuto la mia croce”) in un abbraccio così stretto
da farle esclamare: “il nostro cuore è il suo e il suo è il
nostro”.
SCENA V: “Prima Luce”
…suscepit Israel, puerum suum, recordatus misericordiae suae,
sicut locutus est ad patres nostros, Abraham et semini eius in
saecula.
(…ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua
misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e
alla sua discendenza per sempre. Amen)
Cerchio
di Luce, abbiamo detto. Cerchio di Luce che non ha inizio né
fine: è
Luce da Luce.
Lo
Spirito, che è Luce, ha compiuto, nel segno del Sangue,
l’edificazione della nuova Eva nella carità. La carità
trasforma, infatti, i dati umani di Maria De Mattias in carismi
ed ella vive il proprio miracolo: miracolo donato e sofferto,
scontato ogni giorno in un cammino che conduce alla
partecipazione del Mistero.
Al
termine del suo cammino, purificata dalla Carità Crocifissa,
testimone dell’Amore presso tutti, Maria può avere accesso alla
pienezza della Carità…sì che anche lei può esclamare:
“Splendore, luce del mondo, tutti i veli si lacerano e il
segreto della Vita universale si rivela! Tutte le tribolazioni e
i sacrifici in quest’ora si trovano giustificati…Ecco la suprema
meraviglia: contemplare e comprendere”.
Il
calice del Sangue di Cristo diviene lo specchio in cui viene
restaurata, nell’uomo, l’immagine di Dio.
Se dunque l’archetipo femminile è nato dallo Spirito e dal
Sangue e si radica nella Croce, Maria De Mattias è una donna
nella significanza totale del termine; partecipe del dramma
dell’
Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo e,
per questo, “degno di potenza, ricchezza, sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione”.
Rimodellata nel Mistero del Sangue di
Cristo, è abilitata dallo Spirito a trasmettere nel tempo (“
in
saecula”) tale esperienza come dono per l’edificazione della
Chiesa (“Tu sei degno, o Signore, di prendere il libro e di
aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato
per Dio, con il tuo Sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo
e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di
sacerdoti e regneranno sopra la terra”).
Conclusioni
È doveroso concludere queste pagine con
una precisazione. Ma anche con un ringraziamento e un augurio.
A questo fine, prendo in prestito alcune
parole di Sr Angela Di Spirito a.s.c. , autrice del libro «Maria
De Mattias Mistica», che ha notevolmente ispirato, insieme ad
altri testi, la stesura di queste pagine:…“Volgere lo sguardo
indagatore nell’anima di un santo è qualcosa che incanta e
insieme sbigottisce. Ci si accorge che, dal labirinto delle
lotte interiori e quotidiane, balza fuori una intensa
spiritualità. Anche se la constatazione delle avversità subite e
superate da un santo lo spoglia dell’atmosfera di mito che a
volte si crea intorno a lui, pure capirne l’animo fino in fondo
è quasi impossibile”.
La nostra speranza, dunque, è quella di
essere riusciti, in tutta umiltà, quantomeno ad esaltare ciò
che, nella spiritualità di Maria De Mattias, è Verità assoluta e
ragione del suo stesso esistere: cioè il “mistero altissimo
della Croce e del Sangue” che “ penetra i cieli”.
Non si è mai avuta, infatti, la pretesa
di riuscire a mettere a fuoco, in pochi versi, tutti gli aspetti
della sua vita.
Il grazie invece è, chiaramente, al
Signore, che non smette mai, nonostante la nostra “sordità”, di
parlarci e invitarci ad un autentico cammino di riflessione
personale (a volte servendosi anche della musica e dell’arte
quale mezzo privilegiato di evangelizzazione: “la musica e il
musicista sono doni di Dio”, affermava W. A. Mozart).
L’augurio, infine, è quello che ognuno
riesca a cogliere, in questo lavoro, anche solo una piccola
scintilla di Luce e possa, poi, portarla con sé.
Un giorno, forse, durante le tante notti
dell’anima, potrà, con essa, accendere o ravvivare, per se
stesso o per qualcun altro, la fiamma della Speranza. E
scaldarsi al suo tepore.
Gli artisti
SCHOLA CANTORUM “NICOLA VITALE”
Maestri del Coro
Lucia Rotunno asc
Angela Fusillo
Mario Derobertis
Tiziana Falco, Soprano
Lucia Rotunno, Soprano
Voci recitanti
Andrea Cramarossa
Monica Macina
Marica Mele
Dino Parrotta
ORCHESTRA “NICOLA VITALE”
Maestro sostituto
Marta Totaro
Violini I
Andreina Kiss (spalla)
Serena Antonacci (concertino)
Pietro Catucci
Nicola De Giglio
Melina Miglietta
Valeria Perrone
Violini II
Roberto Rizzi (spalla)
Cristina De Biase (concertino)
Alessandra Partipilo
Loredana Geusa
Nicola Brescia
Viole
Giacomo Battista (spalla)
Annamaria Quaranta (concertino)
Vito Sivo
Claudia Russo
Violoncelli
Gaetano Simone (spalla)
Francesca Lippolis (concertino)
Antonio Carone
Sabrina Loperfido
Contrabbassi
Marco Boccia (spalla)
Paolo Di Brindisi
Flauto
Francesco Scoditti
Oboe
Anna Maria Minerva
Clarinetto
Daniela Zurlo
Fagotto
Vincenzo Bellini
Corno
Fabio Orlando
Tromba
Rocco Nuzzaco
Giovanni Domenico Lospoto
Trombone
Alessandro Lenoci
Arpa
Zaira Antonacci
Percussioni
Giuseppe Tria
Marco Scazzetta
Sebastiano Giotta Direttore